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FUGA DAL FUTUROle nuove (ma non tanto).. armi del potere Continua
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| martedì 13 maggio 2008, letto 528 volte |
di Paco |
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NUOVE 015
Babycharles Definiti dalla prestigiosa rivista inglese Mojo come il gruppo che guiderà la consacrazione della scena funk nel 2008, dopo 3 singoli andati letteralmente a ruba, finalmente arriva l’album di debutto per i Baby Charles, da Brighton la più chiacchierata band della nuova scena deep funk. Combo di 12 elementi, I Baby Charles suonano assieme dal 2005 con all’interno alcuni membri della Quantic Soul Orchestra. Nell’album di debutto trovate 12 pezzi deep funk & soul carichi di riff infuocati e breaks, tutti incredibilmente interpretati dalla potente voce di Dionne Charles. Il sound riflette le influenze dei maestri classici come Meters, JBs, Fela Kuti, Sly Stone, Marvin Gaye, Lyn Collins, ma anche Sharon Jones, New Mastersounds e delle produzioni attuali di etichette come Stone Throw e Daptone. Sul disco anche la cover in versione funk & afrobeat di “I Bet You Look Good On The Dancefloor” degli Artic Monkeys e un rifacimento di “This Time” primo singolo estratto dall’ultimo album di Dj Shadow. Mark Lamarr famoso dj della BBC che ha scritto le note di copertina dell’album, li ha invitati a suonare presso i mitici studi della Radio 2 dove hanno registrato un fantastico live. Personaggi del calibro di Snowboy, Keb Darge, Dj Shadow e Dj Andy Smith, che li ha voluti includere nella sua \\\\'Let\\\\'s Boogaloo Vol 4\\\\', tutti dichiaratisi fan della band, non possono certo sbagliarsi. Come non può sbagliarsi Gilles Peterson che li passa regolarmente nel suo Worldwide show alla BBC.
 Raconteurs – consolers of the lonelyI Raconteurs sanno essere magnificamente al di fuori da ogni moda. Si era già capito con "Broken Boy Soldiers", un disco che ha dimostrato come in un mondo di computer e sintetizzatori, si possa suonare ancora un rock tutto sommato di stampo classico senza mai cadere nella banalità. La domanda è: ci si può evolvere da questo status, pur rimanendo negli stessi canoni? Verrebbe da dire di no, poichè ormai tutto è già stato fatto, provato, udito. Ebbene, in questo caso, la risposta è sì.C\\\\'è un motivo puramente chimico. Una miscela di influenze differenti (il power-pop di Benson, l\\\\'hard blues di White, il garage-rock di Lawrence e Keeler) il cui prodotto è talmente coeso da risultare puro.Lo si capisce subito, proprio dalla title-track "Consolers Of The Lonely", brano che apre le danze. Tre minuti e mezzo scarsi di un ibrido di stili che sfociano in nitida sostanza rock. Spaccato: un minuto di attacco stoner (di quelli da corna in alto), poi la battuta rallenta e la voce di White skretcha come fosse un vinile (sembra di sentire Zack de la Rocha nel \\\\'92..), ritorno e finale hard rock con assolo. Deep Purple? Si. Rage? Cacchio, anche. In una parola sola: Raconteurs. E continuiamo così per tutto l\\\\'album: "Salute your Solution" è un pezzo garage tirato, con un inciso Funkadelico e cori che sembrano arrivare direttamente da "Maggot Brain". In "The Switch and The Spurs" una melodia di Kinksiana memoria si fonde con fiati mariachi e un finale dal sapore quasi celtico. Fiati che ritornano anche in "Many Shades of Black", questa volta a confezionare un brano che se non fosse proprio per gli ottoni diremmo partorito dai migliori Aerosmith in tutto e per tutto. "Old Enough" porta dalle parti di un immaginario confine fra i Byrds e i Creedence. A dominare la quasi strumentale "Hold Up" c\\\\'è un Claptoniano riff compresso da un wah-wah con la targa "Cream\\\\'67" sui fianchi. E questo è l\\\\'altissimo standard. Poi c\\\\'è il sublime: "Rich Kid Blues" e "These Stones will Shout" escono dal calderone degli ingredienti tipici degli Zeppelin e la coppia Benson-White è così in alto che per alcuni attimi guarda negli occhi i giovani Page e Plant senza impallidire al loro confronto. Ancora più su: "Come farai a migliorarti, quando non ci sarà nessuno con te...come farai ad arrangiarti? Io non sarò qui ad aiutarti...". Queste le liriche urlate di "Top yourself", una maledizione cantata ad una donna irriconoscente, un inno blues uscito dalle paludi del sud (qualcuno si ricorda Zakk Wilde e i Pride and Glory?!), accompagnato da banjo e slide guitar come da tradizione voodoo. Ed infine "Carolina drama", un western metropolitano raccontato in sei minuti, con pause Morriconiane e un crescendo continuo fino alla strofa-epilogo, quando la voce di Jack White chiude il brano e l\\\\'album. Il sapore generale ruota intorno a certi virtuosismi tipici dei \\\\'70 ma, credetemi, catalogarlo come album di memorie vintage sarebbe riduttivo e stupido. La cura di certi particolari come alcuni cambi, i suoni e diversi inserimenti di idee cronologicamente fuori dall\\\\'asse temporale dove i pezzi viaggiano, collocano questo album una spanna sopra alle uscite sui generis di questi ultimi anni. Semplicemente Essenziale. Sharon Jones & The Dap-Kings – 100 Days, 100 Nights Pur coi dovuti distinguo, la storia della signora Jones è da affiancare a quelle di Bettye Lavette e Candi Staton, grandi artiste soul che vedono i propri meriti riconosciuti in colpevole ritardo. Nata un po’ di anni fa ad Augusta, Georgia, Sharon si fa le ossa intonando lodi a Iddio e poi scegliendo temi più terreni mentre l’abito sonoro si adegua. Quando da adolescente si trasferisce con la famiglia a New York, i tempi sono maturi per farsi investire da funk e disco e infine diventare apprezzata corista fino alla crisi degli Ottanta, in cui il mercato serra le fila ed è l’hip-hop a occupare il proscenio. Trova un impiego presso la prigione di Rykers Island, seguitando a visitare la chiesa e cantarvi fino al 1996, anno in cui si imbatte in un talent scout della piccola, pugnace Desco.Da lì la strada va in discesa: grazie a un congruo numero di 7” e un soul vintage ricco di sentimento, la Jones rientra nel giro e approda alla Daptone di Brooklyn, presso la quale ha finora pubblicato due LP accompagnata dai visi per lo più pallidi Dap-Kings. Lungo l’intensa attività concertistica, la comitiva s’è ricavata spazio necessario per dedicarsi alle registrazioni di questo terzo 100 Days, 100 Nights, efficace bignami del suono Stax di metà Sessanta. Cantato ed eseguito ispirandosi alle pagine giuste dei libri di Storia, consegna una miscela filologica, nondimeno dotata di umori pop efficaci nel donare piacevolezza estrema che non scade in ruffianeria. Da un lavoro che scorre convincendo più e più volte, estraggo quasi a caso l’incalzante title track (impreziosita dall’azzeccato cambio di marcia), la ribalda Answer Me, il calore di Humble Me, gli ottoni sodi dentro Tell Me e i fianchi torniti di Be Easy.Clinic – Do it!Tornano con il quinto album i Clinic di Liverpool, band qui da noi poco conosciuta ma in Uk considerata tra le più interessanti del panorama indipendente e pubblicata dalla Domino. In "Do it" troviamo delicate melodie alla Radiohead fianco a fianco con distorsioni e velocità punk alla Stooges, per un sound ambizioso e difficilmente inquadrabile. Dopo essere stati tacciati di appiattimento e scarsa creatività, questa è la nuova e convincente risposta dei Clinic.Moby – last NightRichard Melvlille Hall, in arte Moby, ha concepito il disco come una lettera d’amore indirizzata alle notti newyorchesi. 65 minuti di musica in cui sono state condensate emozioni colori momenti. Moby in realtà non canta in nessuna delle quattordici canzoni dell’album. Consapevole dei suoi limiti vocali chiama alcuni amici. Tra le guest star MC Grandmaster Caz , all\\'anagrafe Curtis Fisher, rapper statunitense attivo dagli anni Settanta, autore delle liriche di Rapper\\'s Delight, il primo singolo di musica hip hop ad entrare nella top 40 delle classifiche di vendita. Poi Sylvia dei Kudu, il britannico MC Aynlzi ed i nigeriani 419 Squad. Precisamente Smokey e S.O. Simple dei 419 Squad hanno preso parte al singolo Alice. Moby ha preferito dare la possibilità di lavorare a degli amici anzichè griffare l\\'album con la presenza di star popolari. Ha dichiarato: "Non avrebbe senso per me invitare, per esempio, Justin Timberlake, nonostante il rispetto che ho per il suo lavoro". Last Night è più dance ed elettronico rispetto ai precedenti lavori. Moby giustifica questa tendenza con la sua recente e intensa attività di dj. L\\'album, un concept "dove la dance music degli anni Settanta si incrocia con il futuro dell’hip-hop", un "viaggio tra le luci della notte newyorkese fino all’alba con tributi e omaggi alla musica house anni Novanta", è stato registrato nello studio personale di Moby a Manhattan.
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